Quella fittissima ragnatela cosmica

Immagine a colori dell’ammasso PSZ2 G099.86+58.45, realizzata combinando le osservazioni nei filtri F125W e F160W ottenute con la Wide Field Camera 3 e nel filtro F850LP della Advanced Camera for Survey, entrambi strumenti a bordo dell’Hubble Space Telescope (elaborazione grafica a cura di Anna Serena Esposito)

Un gruppo internazionale di ricerca, di cui fanno parte scienziati dell’Università di Bologna, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), è riuscito a localizzare uno dei nodi cosmici più densi dell’universo conosciuto. È l’ambiente cosmico intorno all’ammasso di galassie noto come PSZ2 G099.86+58.45, ad una distanza dalla Terra che si impiegherebbe quasi 6 miliardi di anni a percorrere viaggiando alla velocità della luce. Il sistema presenta una densità di materia circa sei volte maggiore rispetto alla media degli altri ammassi osservati. I ricercatori hanno misurato la distribuzione di massa intorno all’ammasso in questione fino ad una distanza di 30 megaparsec, cioè circa seimila miliardi di volte la distanza media della Terra dal Sole. I risultati dello studio sono stati pubblicati su Nature Astronomy. continua ...

Danzando sul filo della ragnatela cosmica

In questa illustrazione, la traiettoria della radiazione di fondo cosmico a microonde è deviata da strutture invisibili dette “filamenti”, dando origine a un effetto – rilevato dal satellite Esa Planck (a sinistra) – noto come lente gravitazionale debole. Crediti: Siyu He, Shadab Alam, Wei Chen ed Esa/Planck

Sono state identificate deboli distorsioni nella trama della luce dell’universo primordiale dalle quali sembra possibile mappare le enormi strutture tubolari, invisibili ai nostri occhi e note come filamenti, che fungono da superstrade per la materia, che scorre al loro interno verso i densi centri come gli ammassi di galassie. Il team scientifico internazionale coinvolto nella scoperta, che comprende ricercatori del Lawrence Berkeley National Laboratory (Lbnl) del Dipartimento dell’energia e dell’Università di Berkeley, ha analizzato i dati provenienti da svariate survey esistenti, usando sofisticate tecnologie di riconoscimento delle immagini, concentrandosi nella ricerca delle evidenze degli effetti gravitazionali che identificano le forme di questi filamenti. Per guidare e interpretare la loro analisi si sono serviti di modelli e teorie sui filamenti. continua ...