Se il quasar ha i bassi un po’ attenuati

Il getto radio del quasar 4C+19.44, alimentato da un buco nero supermassiccio situato al centro della galassia ospite, osservato a grandi lunghezze d’onda dal radiotelescopio Lofar. Crediti: Nasa/Hst/Lpfar; Courtesy of J. DePasquale

Ci voleva un ricevitore a bassa frequenza, per accorgersene. Un ricevitore come Lofar, il Low Frequency Array con antenne sparse in tutta Europa, a breve anche in Italia, sensibili a frequenze che vanno dai 230 MHz giù fino ai 10 MHz – che convertito in lunghezze d’onda vuol dire da poco più d’un metro fino a 30 metri. Ed è proprio sintonizzandosi sul segnale emesso da un remoto quasar – la sorgente 4C+19.44, a oltre 5 miliardi di anni luce dalla Terra – in quell’intervallo di frequenze (per la precisione, sui 159 MHz) che le antenne di Lofar hanno registrato un’anomalia: la potenza del segnale era inferiore a quella attesa. continua ...

Scoperti 83 quasar primordiali

Luce proveniente da uno dei quasar più lontani conosciuti, alimentato da un buco nero supermassiccio che si trova a 13.05 miliardi di anni luce dalla Terra. L’immagine è stata ottenuta dalla Hyper Suprime-Cam montata sul Subaru Telescope. Gli altri oggetti nel campo sono per lo più stelle nella nostra Via Lattea e galassie viste lungo la linea di vista. Crediti: Naoj

Un gruppo di astronomi ha scoperto 83 quasar lontanissimi, alimentati da buchi neri supermassicci (Smbh, acronimo di super massive black hole), in un’epoca nella quale l’universo aveva meno del 10 per cento della sua età attuale. Questo risultato è stato ottenuto utilizzando Hsc (Hyper Suprime-Cam), la camera ad ampio campo di vista montata sul Subaru Telescope. La scoperta ha portato a un aumento considerevole del numero di buchi neri conosciuti in quell’epoca e rivela, per la prima volta, quanto i Smbh siano comuni all’inizio della storia dell’universo. Inoltre, fornisce nuove informazioni sull’effetto dei buchi neri sullo stato fisico del gas nell’universo primordiale, nei suoi primi miliardi di anni. continua ...

Più vicini al Big Bang grazie ai quasar

Quasar come candele standard: il confronto fra l’emissione ultravioletta di un quasar (in blu) e quella in banda X (in giallo-marrone) fornisce una stima della luminosità del quasar, e da questa la sua distanza da noi. In questo modo possiamo usare i quasar come “righelli” per misurare il tasso di espansione dell’universo. Crediti: G. Risaliti

Un nuovo studio pubblicato oggi sulla rivista Nature Astronomy da Guido Risaliti (Dipartimento di fisica e astronomia dell’Università di Firenze e associato Inaf presso l’Osservatorio astrofisico di Arcetri) ed Elisabeta Lusso (Centre for Extragalactic Astronomy, Durham University) ha permesso per la prima volta di misurare l’espansione dell’universo andando indietro nel tempo fino a circa un miliardo di anni dopo il Big Bang. Il risultato è stato possibile grazie allo studio dell’emissione in luce X e ottica dei quasar – le sorgenti più luminose dell’universo, prodotte da dischi di gas in caduta su buchi neri giganti nel centro delle galassie. I due ricercatori hanno utilizzato un enorme database che raccoglie circa 500mila quasar, osservati in luce ottica nell’ambito del progetto Sloan Digital Sky Survey. Di alcune migliaia di questi oggetti è stata analizzata anche la luce in banda X, osservata dal telescopio spaziale Xmm-Newton dell’Agenzia spaziale europea (Esa). Il nuovo metodo sviluppato dagli autori di questo studio permette di valutare le distanze dei quasar dal confronto fra la loro emissione X e quella ottica. continua ...

Un quasar da record ai confini dell’universo

Il quasar J043947.08+163415.7 osservato dal telescopio spaziale Hubble di Nasa ed Esa. Le croci bianche indicano le posizioni delle immagini multiple del quasar prodotte dalla galassia (evidenziata dalla freccia) che ha prodotto l’effetto di lente gravitazionale. Crediti: Nasa, Esa, X. Fan (University of Arizona)

Con una luce emessa pari a 500 mila miliardi di volte maggiore di quella del nostro Sole, è il più brillante oggetto celeste mai osservato all’epoca in cui l’universo aveva meno di un miliardo di anni e le prime galassie si stavano formando. Il suo nome, o meglio la sua sigla, è J043947.08+163415.7. Si tratta di un quasar, ovvero il nucleo di una lontanissima galassia dove risiede un buco nero intento ad ingurgitare la materia ad esso circostante. A scoprire questo potentissimo “faro cosmico” è stato un team internazionale di ricercatori guidato da Xiaohui Fan dell’Università dell’Arizona a Tucson e a cui ha partecipato anche Marco Bonaglia, ricercatore dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) a Firenze, grazie alle riprese del Telescopio spaziale Hubble e a una serie di osservazioni con telescopi da Terra, tra cui il Large Binocular Telescope in Arizona, di cui l’Inaf è uno dei partner. continua ...

Da quel quasar la luce di 350mila miliardi di soli

Impressione artistica della galassia W2246-0526, la galassia più luminosa mai scoperta. Un nuovo studio che utilizza i dati dell’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA) mostra che questo luminosissimo quasar attira polvere e altro materiale da tre galassie più piccole a lei vicine. Crediti: (NRAO/AUI/NSF) S. Dagnello

Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science, la galassia più brillante fino ad oggi scoperta nell’universo sta cannibalizzando tre piccole galassie vicine ed è proprio il materiale che sta divorando a renderla così estremamente luminosa. continua ...

Griglia di quasar per non perdersi nell’universo

La parabola da 32 metri dell’antenna di Medicina (BO) dell’Inaf. Crediti: Renato Cerisola / Inaf

Una volta era semplice: bastavano alcuni punti di riferimento qui sulla Terra – la linea immaginaria che passava per l’Osservatorio di Greenwich, per esempio – e il gioco era fatto. Il “meridiano zero” faceva da àncora, e il resto veniva di conseguenza – o quasi. Ora le cose sono assai più complesse, soprattutto se lo spazio nel quale vogliamo orientarci non è più la sola superficie del nostro pianeta ma l’universo intero. Occorre un sistema inerziale di riferimento, una rete globale di punti di ancoraggio ben definiti da utilizzare come griglia ideale da usare come base per le nostre coordinate. Questa rete esiste, si chiama International Celestial Reference Frame (Icfr), e il 30 agosto scorso l’International Astronomical Union (Iau) – durante la sua Assemblea generale che si è svolta a Vienna, la stessa nella quale si è votato per cambiar nome alla Legge di Hubble – ha annunciato di averne adottato la terza versione, l’Icfr-3. continua ...

Dio non giocherà a dadi, ma i quasar sì

Il Telescopio nazionale Galileo (Tng) dell’Inaf, sull’Isola di La Palma, alle Canarie. Crediti: Renato Cerisola/Inaf

Un esperimento condotto sull’isola di La Palma, alle Canarie, sotto la guida del gruppo di ricerca di Anton Zeilinger dell’Accademia austriaca delle scienze e dell’Università di Vienna, si è avvalso di due grandi telescopi – il Telescopio nazionale Galileo dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e il William Herschel Telescope – per effettuare un test di entanglement quantistico utilizzando i fotoni di oggetti astronomici lontani. I risultati sono pubblicati sull’ultimo numero di Physical Review Letters. continua ...

Hot Dog di quasar in salsa di raggi X

Rappresentazione schematica del modo in cui viene visto nei raggi X uno spettro di un AGN oscurato (è il caso della Hot DOG) e di un AGN non oscurato a seconda del punto in cui passa la linea di vista: rispettivamente, attraverso il toro di gas e polvere che assorbe i raggi X per effetto fotoelettrico fino a energie di 10 keV e oltre (linea continua), oppure lungo una linea di vista non oscurata, vale a dire attraverso il buco della ciambella del toro che circonda la sorgente X centrale (linea tratteggiata). Crediti: NASA/JPL-Caltech, Luca Zappacosta continua ...

Indizi sull’universo primordiale da un quasar

Impressione d’artista del distante quasar P352-15, con disco di materia orbitante attorno al buco nero e il getto di particelle espulse nello spazio a velocità prossime a quella della luce . Crediti: Robin Dienel, cortesia della Carnegie Institution for Science

I quasar sono galassie con buchi neri supermassicci nei loro nuclei: buchi neri milioni o miliardi di volte più massicci del Sole. La potente attrazione gravitazionale di simili oggetti risucchia il materiale vicino, che si dispone su un disco rotante loro attorno. Ruotando rapidamente, il disco sputa  verso l’esterno getti di particelle in moto a velocità prossime a quella della luce, emettendo luce visibile e onde radio. continua ...

Baby boom stellare nei quasar ultra luminosi

Parte del team di ricercatori che ha realizzato lo studio. Da sx: Enrico Piconcelli (ricercatore Inaf –  Osservatorio astronomico di Roma), Angela Bongiorno (ricercatrice Inaf Oar), Federica Duras (dottoranda Inaf Oar), Manuela Bischetti (dottoranda Inaf Oar e Sapienza), Giustina Vietri (dottoranda Inaf Oar e Tor Vergata) e Luca Zappacosta (postdoc Inaf Oar)

In uno studio condotto dai ricercatori dell’Istituto nazionale di astrofisica di Roma Angela Bongiorno, Enrico PiconcelliFabrizio Fiore e da diversi studenti di dottorato e post-doc, con la collaborazione di colleghi dell’Inaf di Firenze, Trieste e Bologna, sono stati osservati sedici tra i quasar più luminosi che si conoscano: la radiazione emessa da queste remote galassie è centinaia di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di volte quella del nostro Sole ed è prodotta dai buchi neri supermassicci che risiedono al loro centro. continua ...