Product placement spaziale? La Nasa s’interroga

L’amministratore della Nasa Jim Bridenstine durante il meeting del 29 agosto scorso. Crediti: Nasa Tv

Compiuti i 60 anni, la Nasa comincia a sentirsi matura abbastanza per affrontare regioni inesplorate forse ancora più insidiose di quelle dello spazio profondo: il mondo del marketing e della pubblicità. Un segnale forte, in questo senso, è giunto a fine agosto con l’intervento dell’amministratore Nasa Jim Bridenstine nel corso di un meeting con l’Advisory Council dell’agenzia. Sarebbe possibile coprire parte delle spese – si è chiesto Brindestine – cedendo, per esempio, i diritti per dare nomi a razzi e sonde spaziali? È quello che in gergo si chiama corporate sponsorship: un campo minato dal quale la Nasa si è tenuta finora alla larga. Basti ricordare che, pur di non favorire un prodotto o una marca rispetto a un’altra, era arrivata al punto di chiamare le praline M&M’s “candy-coated chocolates” (cioccolatini canditi). Ma la situazione potrebbe presto cambiare. Per capire se la strada è percorribile, Bridenstine ha dunque deciso di istituire un comitato che si occupi di valutare i molteplici aspetti – politici, d’immagine, ma anzitutto legali – di una simile svolta.

Certo ci sarebbe tanto da guadagnare, e non solo in termini economici. Basti pensare alla popolarità che potrebbero ottenere gli astronauti fra i bambini se i loro volti cominciassero a comparire, a colazione, sulle scatole dei cereali – come auspicato dallo stesso Bridenstine durante l’incontro di fine agosto. Non solo: se non lo fa la Nasa, osserva Bridenstine, prima o poi lo farà una compagnia spaziale privata, dando magari ai suoi astronauti carta bianca per la sottoscrizione di contratti pubblicitari. Potendo così prospettare un vantaggio economico con il quale sarebbe impossibile competere – un po’ come accade oggi in televisione nel confronto fra reti pubbliche e reti commerciali, dove artisti e conduttori hanno vincoli contrattuali e tetti di stipendio molto diversi. Uno fra i timori di Bridenstine è che gli astronauti migliori, una volta formati a caro prezzo dalla Nasa, transitino poi alle compagnie private.

D’altra parte, il rischio è evidente: quello con la pubblicità è un patto faustiano. Una volta venduta l’anima ai commercials, cosa ne sarà dell’autorevolezza dell’agenzia, della sua indipendenza, dei confini etici? Ci si limiterà a dare nomi di marche famose alle sonde spaziali e a tappezzare il fusto dei razzi con loghi e claim, come fosse la fiancata d’un veicolo di Formula 1? Vedremo gli astronauti in tv a suggerirci bevande, scarpe e automobili? Il futuro sbarco su Marte, quando avverrà, sarà intervallato da interruzioni pubblicitarie?

In attesa che il comitato voluto da Bridenstine si esprima, per cercare di capire se analoghi problemi – e relative opportunità – siano presi in considerazione anche qui in Italia, e in particolare all’Istituto nazionale di astrofisica, ci siamo rivolti a Silvia Casu, ricercatrice all’Inaf di Cagliari e coordinatrice di un gruppo di lavoro dell’Inaf che sta studiando aspetti affini a questi. «In realtà», sottolinea la ricercatrice, «noi siamo ancora un bel passo indietro rispetto alla vendita di spazi pubblicitari. In questa fase stiamo lavorando per capire le procedure formali per poter iniziare a produrre e vendere gadget, poter far pagare biglietti o compensi, per esempio per corsi di formazione (compresi quelli con la Carta del Docente) e anche per poter affittare locali: queste solo le esigenze maggiormente sentite al momento».

«Il problema non è tanto se possiamo farlo – la risposta è sì, possiamo – ma capire come. E scrivere i disciplinari e le linee guida. Ma ne verremo a capo», confida Casu, «vogliamo tutti un Inaf moderno, capace di finanziare i propri progetti attraverso bandi competitivi ma anche di autofinanziarsi, capitalizzando e mettendo a frutto le proprie capacità e proprietà».

Fonte: Product placement spaziale? La Nasa s’interroga