Curiosity. Gravity. Creativity

Il percorso compiuto dal rover Curiosity fino al luglio 2017, dirigendosi verso il Monte Sharp. La stellina blu in alto indica il luogo di atterraggio. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech/Univ. of Arizona

Avvalendosi dei dati raccolti dagli accelerometri e dai giroscopi (strumenti le cui potenzialità – anche senza saperlo – sfruttiamo quotidianamente con i nostri smartphone) presenti a bordo del rover Curiosity,  un team di ricercatori ha analizzato la forza di gravità presente in centinaia di punti lungo il percorso compiuto dal robot Nasa mentre attraversava il Cratere Gale, su Marte, dirigendosi verso Mount Sharp. I dati erano inizialmente destinati a scopi non tanto scientifici quanto “ingegneristici”, in particolare per la navigazione del rover. Ma elaborandoli in modo opportuno gli scienziati sono riusciti a ottenere da essi indizi inediti sugli strati di roccia – e in particolare sulla loro densità – che formano il Cratere Gale. Riuscendo così a scoprire che le rocce in questa zona del Pianeta rosso sono molto porose, probabilmente perché sono state compresse meno del previsto dalla forza di gravità che agisce sulla superficie di Marte. I risultati sono pubblicati oggi su Science. continua ...

Tana per la galassia dietro l’ammasso stellare

Questa è l’immagine scattata dall’Hubble Space Telescope che ritrae un grande gruppo di stelle all’interno dell’ammasso globulare Ngc 6752. Nascosto tra le stelle, sul fondo, appare una galassia nana molto lontana. La minuscola galassia, nominata dai suoi scopritori Bedin 1, misura solo circa 3.000 anni luce nella sua massima estensione – una frazione della Via Lattea. Si tratta della galassia nana sferoidale più isolata mai scoperta ed anziana quasi quanto l’universo stesso. Crediti: Nasa, Esa e L. Bedin (Inaf -Osservatorio astronomico di Padova) continua ...

Stelle anemiche e col fiato corto

I tre autori dello studio mentre discutono i risultati. Da sinistra: Paola Re Fiorentin, Mario G. Lattanzi, Alessandro Spagna

Dimmi come ruoti e ti dirò chi sei, ma anche da dove vieni. Così potremmo sintetizzare i risultati della ricerca condotta da Paola Re Fiorentin, Mario G. Lattanzi e Alessandro Spagna, tutti dell’Osservatorio astrofisico dell’Inaf di Torino, che ha analizzato alcune proprietà – tra cui la composizione chimica e le velocità di rotazione – di ben 60mila stelle che costituiscono il cosiddetto disco spesso della nostra galassia, la Via Lattea.  Già nel 2010 lo stesso gruppo di studiosi, insieme a Richard L. Smart, sempre della struttura di ricerca torinese, aveva messo in evidenza, nei dintorni del Sole, una correlazione positiva tra rotazione e metallicità per le stelle più vecchie del disco galattico. Questa scoperta ha aperto nuovi scenari per i modelli cosmologici di formazione del disco della Via Lattea. Ora, i più recenti dati della missione spaziale Gaia dell’Esa, che vede un’importante partecipazione scientifica dell’Italia con l’Istituto nazionale di astrofisica e l’Agenzia spaziale italiana, hanno permesso di costruire mappe di velocità e di composizione chimica molto più accurate, che non solo hanno confermato la precedente scoperta locale ma ne hanno anche ampliato gli orizzonti. Infatti, questo studio ha evidenziato che la correlazione fra la velocità di rotazione delle stelle più antiche del disco spesso e le loro abbondanze chimiche si mantiene positiva su un ampio intervallo di distanza, che va da 15mila a 45mila anni luce dal centro della Via Lattea. In pratica, le stelle “anemiche”, ovvero quelle con meno ferro, o più correttamente con meno metalli, si muovono più lentamente rispetto a quelle più ricche di elementi chimici pesanti. continua ...

Torino: 2028 anni e non sentirli

Solitamente, la data di fondazione di una città ci si aspetta – o meglio, ci si augura – di ritrovarla in qualche scritto storico lasciato dagli avi a futura memoria. Ma se così non fosse, ci sarebbe un modo possibile per determinarne la nascita? Per risalire a quel tempo, magari a quell’anno, o perfino a quel giorno, della fondazione della città?

Be’, sì: c’è. Ed è quello che è stato utilizzato per risalire alla data certa della fondazione della città di Torino all’epoca di Ottaviano Augusto, con il nome di Iulia Augusta Taurinorum. Data che fino ad oggi si riteneva fosse probabilmente il 21 aprile 753 a.C. Ora, grazie a uno studio multidisciplinare tra archeologia e astronomia – i cui risultati sono stati presentati a una conferenza a palazzo Madama, il 26 gennaio scorso – è stato possibile determinare questa data con esattezza: il 30 gennaio del 9 a.C., quando un augure, un alto magistrato inviato da Roma e un sacerdote fondarono, appunto, l’antica Augusta Taurinorum. Lo dicono (anche) le stelle. continua ...

Un sassolino di 50 metri su Bennu

Terminata la fase di perlustrazione alla fine del 2018, la sonda spaziale Osiris-Rex della Nasa si trova ora nella fase denominata Orbit A, durante la quale la videocamera NavCam 1 sta riprendendo con regolarità la superficie di Bennu da circa 2 km di altezza, anche se la Osiris-Rex Camera Suite (Ocams) non sta ancora raccogliendo dati scientifici. Il team che si occupa della navigazione spaziale sta utilizzando queste immagini OpNav (abbreviazione di navigazione ottica) per monitorare l’orbita chiusa del satellite attorno all’asteroide. continua ...

Osservata una nuova forma di “materia strana”

Catalina Curceanu, ricercatrice all’Istituto nazionale di fisica nucleare e coautrice dello studio pubblicato su Physics Letters B

Un nucleo atomico così strano non s’era visto mai. Strano in tutti i sensi: mettendo in scena un kaone al posto d’un normale neutrone – e già questo è parecchio anomalo – è un nucleo tutto all’insegna della “stranezza” – qui intesa come proprietà quantistica. Il nucleo del quale stiamo parlando è quello di un atomo di elio-3, un raro isotopo (raro qui sulla Terra) del secondo elemento più abbondante nell’universo, ed è stato creato in laboratorio nel corso di un esperimento condotto all’acceleratore giapponese J-Parc. continua ...

Scoperto planetesimo dal tetto di una scuola

Impressione artistica dell’oggetto appena scoperto. Crediti: Naoj

Per la prima volta, gli astronomi hanno scoperto un corpo celeste di raggio circa 1,3 km ai margini del Sistema solare, utilizzando due piccoli telescopi amatoriali e la tecnica delle occultazioni stellari. La ricerca è stata pubblicata su Nature Astronomy.

È da più di 70 anni che si ritiene esistano corpi di questo tipo, conosciuti come planetesimi, che si presume abbiano ricoperto un ruolo importante nel processo di formazione planetaria, tra quello che era lo stato iniziale di agglomerati di polvere e ghiaccio e i pianeti che vediamo oggi. continua ...

Leonardo, la Luna e Milano

Dal 05.02.2019 al 11.02.2019

La locandina dello spettacolo “Scienziate nel tempo” (fonte: pacta.org)

Anno nuovo, nuovo giro intorno al Sole, stessa orbita: e puntuale all’appuntamento, si presenta Festival di Teatro e Scienza ScienzaInScena, quest’anno alla seconda edizione, organizzato a Milano dalla compagnia Pacta dei Teatri. In collaborazione, fra gli altri, con l’Istituto nazionale di astrofisica, che quest’anno giunge al ventesimo anno dalla sua fondazione.

La rassegna va in scena dal 5 all’11 febbraio presso lo storico Salone di via Dini 7, oggi gestito da Pacta ma fondato alla fine degli anni ’60 e sede, per oltre trent’anni, del Crt/Centro Ricerche Teatrali, uno dei laboratori più creativi e sperimentali della ricerca teatrale europea di quegli anni. continua ...

Curiosity: addio al crinale Vera Rubin

L’ultimo selfie scattato dal rover Curiosity sul crinale Vera Rubin. La foto risale al 15 gennaio scorso (sol 2291). Crediti: Nasa/Jpl-Caltech

Un ultimo selfie e si riparte. No, non è un turista davanti alla Fontana di Trevi, bensì il rover della Nasa Curiosity, che sta per lasciare il crinale di Vera Rubin per scendere verso una regione più argillosa del Monte Sharp. Il robottino ha “soggiornato” su questa particolare cresta rocciosa piena di ossido di ferro per più di un anno (da settembre 2017), trapanando qui e là in cerca di campioni di roccia utili (l’ultimo campionamento risale al 15 dicembre). continua ...

Più vicini al Big Bang grazie ai quasar

Quasar come candele standard: il confronto fra l’emissione ultravioletta di un quasar (in blu) e quella in banda X (in giallo-marrone) fornisce una stima della luminosità del quasar, e da questa la sua distanza da noi. In questo modo possiamo usare i quasar come “righelli” per misurare il tasso di espansione dell’universo. Crediti: G. Risaliti

Un nuovo studio pubblicato oggi sulla rivista Nature Astronomy da Guido Risaliti (Dipartimento di fisica e astronomia dell’Università di Firenze e associato Inaf presso l’Osservatorio astrofisico di Arcetri) ed Elisabeta Lusso (Centre for Extragalactic Astronomy, Durham University) ha permesso per la prima volta di misurare l’espansione dell’universo andando indietro nel tempo fino a circa un miliardo di anni dopo il Big Bang. Il risultato è stato possibile grazie allo studio dell’emissione in luce X e ottica dei quasar – le sorgenti più luminose dell’universo, prodotte da dischi di gas in caduta su buchi neri giganti nel centro delle galassie. I due ricercatori hanno utilizzato un enorme database che raccoglie circa 500mila quasar, osservati in luce ottica nell’ambito del progetto Sloan Digital Sky Survey. Di alcune migliaia di questi oggetti è stata analizzata anche la luce in banda X, osservata dal telescopio spaziale Xmm-Newton dell’Agenzia spaziale europea (Esa). Il nuovo metodo sviluppato dagli autori di questo studio permette di valutare le distanze dei quasar dal confronto fra la loro emissione X e quella ottica. continua ...

Quattro milionesimi di grado di separazione

Riquadro A (in alto a sx): prima ricostruzione dell’immagine di Alpha Andromedae dopo la correzione delle micro-vibrazioni residue. Riquadro B (in alto a dx): seconda ricostruzione dell’immagine dopo la rimozione dei residui della turbolenza atmosferica. Riquadro C (n basso): ingrandimento che mostra la misura della posizione dopo la sottrazione della stella primaria (croce bianca). Il centro della stella secondaria (croce nera nel cerchio tratteggiato) è compatibile con la posizione prevista (quadratino blu) lungo l’orbita (ellisse in celeste). Crediti: Rnaas / M. Mattioli et al., 2019 continua ...

Si avvicina lo shutdown per Oppy

L’antenna da 34 metri di Goldstone, una delle principali del Deep Space Network, si trova nel deserto del Mojave in California (Usa). Crediti: Nasa/Jpl-Caltech

Non si danno per vinti gli ingegneri del Jet Propulsion Laboratory della Nasa a Pasadena, in California (Usa), che, proprio a ridosso del 15° anniversario dello sbarco su Marte del rover Opportunity, comunicano di avere iniziato una nuova procedura per cercare di risvegliare il robottino.

Invece di istruzioni “sweep and beep”, a cui il rover dovrebbe rispondere con un beep di ritorno, il nuovo set di comandi che i tecnici Nasa hanno iniziato a inviare attraverso le antenne del Deep Space Network prevede istruzioni per utilizzare i sistemi di comunicazione radio di backup e per resettare il clock interno del computer di bordo. continua ...

C’è una nuova stima della costante di Hubble

Immagine del doppio quasar dell’Hubble Space Telescope. Crediti: Nasa Hubble Space Telescope, Tommaso Treu/Ucla, and Birrer et al.

La questione su quanto velocemente l’universo si stia espandendo attanaglia gli scienziati da quasi un secolo. Studi diversi continuano a fornire risposte diverse, tanto che alcuni ricercatori si stanno domandando se sia stato trascurato qualcosa di cruciale nel definire i meccanismi alla base dell’evoluzione del cosmo.

Ora, sembra che un gruppo di ricerca guidato dagli astronomi dell’Università della California (Ucla) abbia fatto un passo avanti verso la soluzione di questo enigma, trovando un metodo alternativo per misurare la velocità di espansione dell’Universo. La ricerca è stata pubblicata su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. continua ...

New Horizons, Ultima Thule porta il collare

Ultima Thule, il corpo celeste più lontano mai visitato da una sonda spaziale. Crediti: Nasa/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Southwest Research Institute

Dettagli incredibili in questa nuova immagine di Ultima Thule, o 2014 Mu69, scattata dalla sonda della Nasa New Horizons lo scorso Capodanno durante un flyby passato alla storia. Si tratta del corpo celeste più lontano mai visitato da un oggetto costruito dall’uomo (la sonda si trova a 6,64 miliardi di chilometri dalla Terra). continua ...