Eclissi di Luna: iniziative dell’Inaf per il pubblico

27.07.2018

Il sito predisposto dall’Inaf su Tumblr per la condivisione delle vostre fotografie dell’eclissi.

Con 103 minuti di totalità, venerdì 27 luglio si potrà assistere all’eclissi totale di Luna più lunga del secolo. L’eclissi totale del nostro satellite si verifica quando nella sequenza Sole, Terra e Luna si trovano perfettamente allineati, mentre la sua durata dipende dalla distanza reciproca Terra-Luna.  Durante questa eclissi il nostro satellite si troverà in prossimità dell’apogeo, punto della propria orbita alla massima distanza dalla Terra, poco oltre 400mila chilometri. In questo tratto dell’orbita la Luna si muoverà più lentamente rispetto a quando si trova in altri punti della sua traiettoria, come ci insegna la II legge di Keplero, dilatando i tempi di passaggio nel cono d’ombra terrestre. continua ...

Si sente l’effetto della primavera su Marte

L’antenna radar Marsis a bordo di Mars Express usualmente raccoglie dati sul sottosuolo marziano, ma in questo caso ha conteggiato gli elettroni presenti in ionosfera lungo un periodo di dieci anni. Crediti: Esa, D. Ducross

La sonda europea Mars Express – che ha da poco festeggiato i 15 anni nello spazio – ha messo a segno un altro colpo per la conoscenza climatologica di Marte. Grazie all’analisi dei dati raccolti in oltre 10 anni dal radar Marsis (Mars Advanced Radar for Subsurface and Ionosphere Sounding) a bordo di Mars Express, un gruppo di ricerca internazionale ha scoperto che la tenue e complessa atmosfera marziana si comporta come un sistema unico e interconnesso. Un sistema in cui i processi atmosferici che si svolgono negli strati intermedi e più bassi riescono a influenzare in maniera significativa ciò che avviene nelle parti più alte dell’atmosfera di Marte. continua ...

Giardini chimici nello spazio

Lo studio esamina come la microgravità potrebbe cambiare i modelli di crescita di questi giardini. Crediti: Nasa

Tra le tante indagini che si conducono quotidianamente sulla Stazione spaziale internazionale, ce n’è una che riguarda uno strano tipo di giardinaggio, il giardinaggio chimico, il cui obiettivo è quello di studiare l’impatto della gravità sulla crescita dei nanotubi. Sulla Terra, i colorati giardini chimici nei quali i cristalli crescono liberamente in ogni forma e colore, vengono spesso usati per far capire agli studenti fenomeni come le sorgenti idrotermali e le reazioni chimiche. Anche se completamente inorganici, questi giardini assomigliano alle piante e sono influenzati nel loro sviluppo dalla forza di gravità. continua ...

Astronomy & Astrophysics compie 50 anni

Il primo numero di Astronomy & Astrophysics (gennaio 1969). Crediti: aanda.org

Il 15 maggio del 1968 veniva fondata Astronomy & Astrophysics (A&A), la rivista europea di astronomia. A&A nacque dalla fusione dei sei maggiori giornali nazionali europei sotto l’egida dello European Southern Observatory (Eso), che dà il patrocinio legale. Nel tempo poi A&A si è globalizzata, e ora anche alcuni stati non europei ne sostengono la missione scientifica (Cile e Argentina). Dalla sua fondazione A&A ha pubblicato più di 650 volumi e più di 70mila lavori scientifici. Dal 2008, A&A si è anche impegnata a supportare la carriera di giovani ricercatori attraverso scuole e seminari per la scrittura di articoli scientifici. continua ...

Radiografia di un pasto stellare

Illustrazione artistica raffigurante la distruzione di un giovane pianeta. Gli scienziati potrebbero averne vista una per la prima volta. Crediti: Nasa/Cxc/M.Weiss

Per quasi un secolo, gli astronomi hanno osservato meravigliati la curiosa variabilità delle giovani stelle situate tra le costellazioni del Toro e dell’Auriga, a circa 450 anni luce dalla Terra. In queste costellazioni le nebulose oscure raggruppano nubi molecolari che ospitano numerose nurseries stellari contenenti migliaia di giovani stelle, che si formano grazie al collasso gravitazionale di gas e polveri. continua ...

Dieci anni di rivoluzione per 54 ore di transito

L’astronoma alla guida del gruppo di ricerca coinvolto nella scoperta, Helen Giles. Crediti: UniGe

Per scoprire e confermare la presenza di un pianeta attorno a stelle diverse dal Sole, gli astronomi attendono che il presunto pianeta abbia completato tre orbite. Tuttavia, questa tecnica molto efficace ha lo svantaggio di non poter confermare in tempi brevi la presenza di pianeti con periodi relativamente lunghi (è ideale per periodi di pochi giorni o pochi mesi). Per superare questo ostacolo, un team di astronomi guidato dall’Università di Ginevra (Unige) ha sviluppato un metodo che consente di confermare la presenza di un pianeta in pochi mesi, anche se gli occorrono 10 anni per completare l’orbita attorno alla sua stella. continua ...

Scoperta la radiogalassia più lontana

Immagine della radiogalassia nella banda K ottenuta con il Large Binocular Telescope (Lbt). I contorni rappresentano l’emissione Vla a 1,4 GHz (Saxena et al., 2018) della radio sorgente TGSS1530. Crediti: Saxena et al., 2018.

Grazie alla sinergia tra il radiotelescopio indiano Giant Metrewave Radio Telescope (Gmrt), il Very Large Array (Vla) in Nuovo Messico, il Gemini Multi-Object Spectrographs (Gmos) sul telescopio Gemini Nord alle Hawaii e la Lbt Utility Camera in the Infrared (Luci) sul Large Binocular Telescope (Lbt) in Arizona, è stato possibile rilevare la radiogalassia più lontana mai scoperta. Allo studio hanno partecipato diversi tra le ricercatrici e i ricercatori dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf). L’oggetto scoperto è, nello specifico, una radiogalassia ad alto redshift ed è stato classificato con la sigla TGSS1530. Il suo redshift è z=5.72 e ciò implica che stiamo osservando questa galassia quando l’Universo aveva solo 1 miliardo di anni, cioè più di 12 miliardi di anni fa. continua ...

Il Vlt s’è rifatto le lenti

Crediti: ESO/P. Weilbacher (AIP)/NASA, ESA, and M.H. Wong and J. Tollefson (UC Berkeley)

Il Very Large Telescope (Vlt) dell’Eso ha visto la prima luce con una nuova modalità di ottica adattiva chiamata tomografia laser – e con questa ha ottenuto delle immagini di prova straordinariamente nitide del pianeta Nettuno, di alcuni ammassi di stelle e di altri oggetti. Il pionieristico strumento Muse usato nella modalità a Campo Stretto, con il modulo di ottica adattiva Galacsi, può ora sfruttare questa nuova tecnica per correggere gli effetti della turbolenza a diverse altitudini nell’atmosfera. È possibile ora catturare, a lunghezze d’onda visibili, immagini da terra più nitide di quelle del telescopio spaziale Hubble della Nasa/Esa. L’unione di squisita nitidezza e di capacità spettroscopiche di Muse permetteranno agli astronomi di studiare le proprietà degli oggetti astronomici in dettaglio maggiore di quanto sia stato mai possibile finora. continua ...

Proxima Centauri sulla bilancia di Einstein

Alice Zurlo, prima autrice dello studio

Proxima Centauri è la stella più vicina al Sole. Questa nana rossa, parte di un sistema di stelle triplo, si trova infatti a solo 4.2 anni luce da noi. La sua massa è stata stimata indirettamente grazie alla relazione massa-luminosità, un metodo che lascia grandi incertezze nelle misure, influenzando la nostra conoscenza delle proprietà di Proxima Centauri. La scoperta nel 2016 di un esopianeta terrestre che le orbita intorno ha reso ancora più interessante conoscere la stella, dalle cui proprietà si possono ricavare anche informazioni utili per il suo ospite. Per affinare la misura della massa di Proxima Centauri, un gruppo di ricercatori guidato dalla 31enne Alice Zurlo, professoressa all’Università Diego Portales di Santiago (Cile) e associata Inaf, prendendo al volo l’occasione offerta dalla previsione di un passaggio della stella vicino a due stelle di fondo, ha proposto un metodo alternativo: il microlensing gravitazionale. Il risultato è la prima e per ora unica stima di massa gravitazionale per Proxima Centauri: 0.150 volte la massa del Sole. Assumendo tale massa per la stella, la massa minima del suo pianeta , Proxima Centauri b, risulta 1.56 volte la massa della Terra. continua ...

L’eredità di Planck

L’immagine mostra la mappa delle anisotropie della radiazione cosmica di fondo a microonde (Cmb) osservate dalla missione Planck dell’Esa. La Cmb rappresenta il più antico segnale elettromagnetico che possiamo captare nel nostro universo, prodotto quando l’universo stesso aveva appena 380mila anni. Questa immagine è stata realizzata con i dati della Planck Legacy release, ovvero quelli finali della missione, pubblicati a luglio del 2018. Crediti: Esa/Planck Collaboration

Era il 21 marzo 2013. Scienziati e giornalisti scientifici da tutto il mondo si erano riuniti nella sede parigina dell’Agenzia spaziale europea (Esa) – o si erano collegati online – per assistere al momento in cui la missione Planck dell’Esa avrebbe svelato la sua “immagine” del cosmo. Un’immagine ottenuta non con la luce visibile ma con le microonde. A differenza della luce visibile ai nostri occhi, la cui lunghezza d’onda è inferiore al millesimo di millimetro, la radiazione che Planck stava rilevando misurava onde più lunghe, da pochi decimi di millimetro a pochi millimetri. Ed era una radiazione emessa quando l’universo ebbe inizio. continua ...

Tutte le stelle dell’Aquila

La figura mostra un’immagine dei Pilastri della Creazione ottenuta da Hubble Space Telescope e le sorgenti identificate grazie alle osservazioni ai raggi X realizzate con il satellite Chandra. X-ray: Nasa/Cxc/Inaf/M. Guarcello et al.; Ottico: Nasa/Stsci

La Nebulosa dell’Aquila, con il suo ammasso Ngc 6611, è certamente una delle nebulose più note e osservate, soprattutto grazie alle meravigliose immagini dei Pilastri della Creazione realizzate con il satellite Hubble: pilastri di polveri e gas lunghi alcuni anni luce, modellati dalla radiazione ultravioletta emessa dalle stelle massive di Ngc 6611, e sede di formazione stellare recente. L’ammasso stellare ospita alcune migliaia di stelle mediamente con un milione di anni di età, tra le quali una cinquantina di stelle oltre dieci volte più massive del nostro Sole. La radiazione ultravioletta emessa da queste stelle ha effetti drammatici sulla nube da cui si sono formate e sui dischi protoplanetari (dischi di gas e polveri che orbitano attorno stelle giovani, e da cui si possono formare sistemi planetari) vicini. continua ...

Scoperte dodici nuove lune di Giove

Immagini della nuova luna Valetudo riprese dal telescopio Magellano nel maggio 2018. La luna è vista in movimento rispetto al costante sfondo di stelle lontane. Giove non è nel campo visivo bensì in alto a sinistra. Crediti: carnegiescience.edu

Sono dodici le nuove lune di Giove appena scoperte: undici sono “normali” lune esterne e una è invece parecchio “stravagante”. La scoperta porta il numero totale delle lune di Giove a oggi conosciute a settantanove, un numero enorme, più di qualsiasi altro pianeta del nostro Sistema solare. Un gruppo di ricerca guidato da Scott Sheppard di Carnegie ha individuato queste lune nella primavera del 2017, mentre stava dando la caccia a oggetti molto distanti nel Sistema solare, identificabili come possibili pianeti oltre l’orbita di Plutone. Nel 2014, lo stesso gruppo aveva trovato l’oggetto con l’orbita più distante nel nostro Sistema solare ed è stato il primo gruppo a intuire la possibile esistenza di Planet Nine (o Pianeta X): un pianeta massiccio, di fatto ancora sconosciuto, ai margini del nostro Sistema solare, ben oltre Plutone, che potrebbe spiegare la somiglianza delle orbite di diversi piccoli oggetti estremamente distanti. Anche Dave Tholen dell’Università delle Hawaii e Chad Trujillo della Northern Arizona University fanno parte del gruppo di ricerca di Planet Nine. continua ...

Pianeti gemelli separati alla nascita

Immagine del sistema 2Mass 0249 ottenuta con la fotocamera a infrarossi Cfht Wircam. 2Mass 0249c si trova a 2000 unità astronomiche dalle nane brune ospiti, che non sono risolte in questa immagine. Crediti: T. Dupuy, M. Liu

Uno studio in uscita su The Astronomical Journal ci introduce al pianeta gemello di beta Pictoris b, noto gigante gassoso di tredici masse gioviane, uno dei primi esopianeti scoperti con l’imaging diretto, nel 2009. Capitanati da Trent Dupuy, astronomo del Gemini Observatory, gli autori della ricerca hanno identificato il primo caso di sosia planetario. Il nuovo oggetto, chiamato 2Mass 0249 c, ha massa, luminosità e spettro identici a quelli di beta Pictoris b. «A oggi, gli esopianeti trovati tramite l’imaging diretto sono stati fondamentalmente individuali, ciascuno distinto dall’altro per aspetto ed età. Trovare due esopianeti con sembianze quasi identiche e tuttavia formatisi in modo così diverso apre una nuova finestra per comprendere questi oggetti», dice Michael Liu, astronomo dell’Institute for Astronomy dell’Università di Hawaii. continua ...

Tw Hydrae, una stella sotto acido

Immagine composita che mostra lo spettro dell’acido formico osservato e la sua struttura molecolare sovrapposti al disco protoplanetario di Tw Hydrae ripreso da Alma. Crediti: Eso, Alma; Eso/Naoj/Nrao, Favre et al. 2018

Un gruppo internazionale di astronomi guidato da Cécile Favre dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) ha individuato per la prima volta, grazie alle osservazioni di Alma (Atacama Large Millimeter Array), la presenza di acido formico – formula chimica: HCOOH – nel disco protoplanetario che circonda una stella simile al Sole: Tw Hydrae, a 190 anni luce da noi. L’acido formico, il cui nome deriva dalla sua abbondante presenza nelle formiche terrestri, è l’acido più semplice esistente. «L’acido formico contiene un gruppo carbossilico (-COOH), che costituisce la base per la sintesi di carbossilici più complessi e aminoacidi, che possono essere considerati i “mattoni della vita“ sulla Terra», spiega Favre, prima autrice dell’articolo che descrive la scoperta, pubblicato oggi sulla rivista The Astrophysical Journal Letters. Più precisamente, questa specie chimica è coinvolta nel processo chimico che porta alla formazione della glicina, il più semplice aminoacido, e la base di molte proteine. continua ...